Chissà quante volte questo timore ha trapanato le menti dei poveri bibliotecari nel Medioevo, e non solo!
Eh già, perché purtroppo il furto dei libri è connaturato alla storia dell’uomo, cari Librincantevoli.
È proprio questo l’argomento della puntata di oggi delle nostre pergamene e filigrane, prendendo spunto dal più che meritorio saggio del professor Lucio Coco ‘Contro i ladri di libri, maledizioni & anatemi’, edito da Le Lettere.
Ma perché questa fame di libri fin dall’antichità?
Il libro è sempre stato un soggetto e un oggetto parlante, prezioso nel testo, inter folia fructus dicevano i latini, ammaliatore nel supporto, come i cari libri d’ore spesso ospiti di passati episodi.
Il furore, la mania di possederli non ha risparmiato nessuno: Alessandro Magno custodiva all’interno di un forziere i poemi omerici, come ci racconta Plinio il Vecchio, i generali romani, invece, si erano appropriati bene o male tutti delle biblioteche dei sovrani sconfitti come bottino di guerra.
Pensiamo per esempio al console Emilio Paolo con la biblioteca del re Perseo di Macedonia, nel lontanissimo 169 a.C., o il caro Cicerone che poté attingere a piene mani dalla biblioteca di Aristotele, trafugata da Silla dopo la conquista di Atene nell’86 a. C. e chi più ne ha più ne metta.

Nel Medioevo la ruberia era un male radicato soprattutto visto i costi della pergamena e degli inchiostri, ma persino alcuni umanisti come Poggio Bracciolini, impareggiabile segugio nello scoprire testi classici nei suoi viaggi europei, si macchiarono di questo peccato.
In una delle sue epistole, infatti, Poggio confessa apertamente di aver fatto scivolare nella propria manica un libro piccolissimo coperto di polvere (a sua discolpa diciamo che sicuramente una parte di lui aveva buone intenzioni, salvando così dal dimenticatoio e dalla decadenza manoscritti importanti).
Ma i monaci copisti o i vari bibliotecari secondo voi potevano restare con le mani in mano e lasciare impunito il saccheggio delle collezioni librarie?
Ovviamente no per cui cercarono di escogitare diversi stratagemmi che preservassero i loro tesori da ladri scaltri, leggeri come il trio Occhi di gatto degli anni Ottanta del secolo scorso.
Quali?
Beh, tanto per cominciare le catene che attraversano ancora oggi plutei, scaffali e armadi di alcune biblioteche di conservazione, su tutte la Malatestiana di Cesena o quelle della biblioteca della chiesa di santa Valpurga a Zutphen nei Paesi Bassi.
Oppure più banalmente i manoscritti venivano rinchiusi sottochiave, o si ricorreva ad ‘antifurti’ dal valore apotropaico, che facevano leva sulla superstizione.
Stiamo parlando di maledizioni e anatemi che straripano dai colophon dei copisti: la più antica infatti risale al VII sec. d. C. e accompagna la donazione di beni all’abbazia di Saint-Denys, pena una discesa agli inferi accanto a Giuda, il traditore per antonomasia, per i ladri impenitenti, che ricorre peraltro sia in un manoscritto dell’abbazia di Montecassino dell’Historia di Cassiodoro sia in uno delle Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide di Virgilio entrambi del IX sec. d.C.
Se potessimo noi ci affideremmo a loro anche oggi, ma ci siamo dilungate anche troppo, per cui sperando di avervi incuriosito, vi diamo appuntamento alla prossima puntata.
See you soon
